Approfondimenti e Curiosità

Ischia Ponte, quel borgo senza tempo che sa di vita

Lenzuola che garriscono al sole, gonfiate dallo scirocco che s’insinua nei vicoli. 

Il profumo del pane, questo è il luogo di un forno storico, Boccia a Ischia è, per antonomasia, l’icona del pane casereccio, meglio ancora se infarcito di mortadella.
E poi c’è il mare, naturalmente. Mare ovunque, basta sporgersi per fiutarne il profumo, d’estate come d’inverno.

Al mattino, la processione laica dei pescherecci che si avvicendano sul pontile, uno spettacolo variopinto per curiosi e acquirenti: scorfani e triglie, polpi e cicarelle, un trionfo di specie, d’autunno ecco le lampughe, i pescatori sorridono, attori protagonisti di un teatro open air che si ripete, tutti i giorni, da decenni.

Se c’è un luogo che custodisce, più di ogni altro, l’identità dell’isola d’Ischia, questo è il borgo di Ischia Ponte: l’antico Borgo di Celsa, qui un tempo era un susseguirsi di piante di gelso, qualcheduna ancora c’è.

Un consiglio, per chi voglia davvero coglierne l’anima: non seguire alcun itinerario. Perdersi è del resto il modo migliore per penetrare l’essenza di un luogo, restarne fatalmente sorpresi. Un microcosmo di sapori e volti, passato e presente che s’intrecciano: solo chi si fermi alla superficie delle cose avrà l’impressione di un luogo che strizza l’occhio al turista. Qui ci sono popolo e storia, c’è lo studio di un artista ottuagenario che plasma il granito scorgendo il mare e offre ai turisti i fichi settembrini del suo albero fronte strada, prima di salpare con la sua canoa verso il Castello e oltre. Qui c’è la vocazione cattolica di un’intera isola, la cattedrale e i devoti, la casa del patrono – San Giovan Giuseppe – che affaccia su una via che brulica di vita. Qui c’è il rito del caffè, ci sono gozzetti colorati che si caricano di ortaggi e frutta per trasferirli ai ristoranti della baia di Cartaromana, che spettacolo unico quando la logistica quotidiana si ammanta di romanticismo, meglio ancora se coi colori dell’alba.
Fa capolino alle spalle del Castello, il sole, ed è impagabile ricompensa per chi arrivi nel borgo all’alba lasciarsene affascinare, prima ancora che il borgo si animi, pervaso dal profumo di cornetti e pane caldo, che dolce e irresistibile abbraccio, aprendo il sipario su quella recita corale che sa d’umanità e, qui più che altrove, si nutre del chiacchiericcio in dialetto, il pallone e la politica, il meteo e l’acciacco di stagione.
Accade, tutto questo, in un luogo dominato dalla visione del Castello aragonese: non già sfondo di cartapesta, benché la sua immagine appaia quasi artefatta nella sua perfezione, ma protagonista, lassù cultura ed enogastronomia si fondono in un afflato che lascia senza fiato. E arrivarci è un percorso prezioso, non c’è fatica nel vederlo sempre più grande, dopo una tappa nella libreria che sa di mare e nella bottega di ceramiche, né ci si stanca nel percorrere il lungo pontile che spacca in due la baia, quando c’è brezza da un lato dall’altro il mare pare una tavola. E viceversa.
Quante storie, in questa baia. Colonnine di anidride carbonica fuoriescono dai fondali, l’effetto idromassaggio è sorprendente ma anticipa anche, qui in modo del tutto naturale, quel che sarà nei nostri Oceani, se non ci diamo una mossa. Là sotto c’è anche l’antica Aenaria, scusate se è poco: la abbandonarono i cittadini per una calamità naturale, forse uno tsunami, ed è storia sorprendente quella di un gruppo di pescatori che ha iniziato a ritrovare banchine e monete, disegnando un futuro alternativo per i propri figli, barcaioli con la passione dell’archeologia, chi l’ha detto che non si può?

E ancora: la Torre di Guevara, la chiesetta di Sant’Anna incastonata tra le rocce che racconta di lunghe processioni di partorienti in cerca di grazia e custodisce, chissà, l’ispirazione di uno dei capolavori della pittura di tutti i tempi, “L’isola dei morti” di Arnold Böcklin. Vita e morte, come nel cerchio che racchiude l’essenza di tutto: questo è del resto il palcoscenico della Festa a mare agli Scogli di Sant’Anna, il 26 luglio di ogni anno, con le barche allegoriche che sfilano sull’acqua, rivelando lo slancio artistico di generazioni di ischitani. Nacque tutto per gioco e rivalità, i gozzetti in processione verso la Santa presero a sfidarsi a colpi di addobbi: oggi, la loro eredità è in evento di portata internazionale.
Ma Ischia Ponte vive non solo e non tanto nell’effervescenza dei suoi momenti di gettonata partecipazione popolare quanto nell’irresistibile sincerità dei suoi silenzi invernali, interrotti dal sibilo del vento e dal miagolio dei gatti, cigolano gli ingranaggi dei canestri che ancora risparmiano ai vecchietti la fatica della spesa da portare a mano, su scale irte di palazzi antichi che rivelano storie insospettabili, anche loro. Basta chiederne conto, con curiosità. Ischia Ponte non delude, mai.

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